Home Storia del Castello Il castello dal 1413 al 1525
Il castello dal 1413 al 1525
IL CASTELLO dal 1413 al 1525 PDF Stampa E-mail

IL CASTELLO: dal 1413 al 1525

La parte finale di questo periodo è caratterizzato da un’importante ristrutturazione, mirata a trasformare l’antica fortezza in castello o meglio palazzo.

Lorenza Tonani riporta[8] con evidenza una nota, già conosciuta da Mario Merlo[9], contenuta in un manoscritto anonimo del XVIII secolo, in cui si afferma che quando Franceschino Beccaria[10] si impossessò, nel 1413[11], del castello di Sant’Alessio, questo era composto “di torre, torrini, saracinesca, fossa, scarpata, revellino e acqua e ponte, ben munito e circondato”[12]

In dieci parole, una descrizione sintetica e perfetta della fortezza, come ancor oggi la possiamo leggere nelle mura originali e nei documenti che ci restano dei secoli successivi. Manca infatti solo il rivellino, distrutto nella Battaglia di Pavia, ma testimoniato dai resti scoperti nel 1973 e dal già citato affresco del Vaticano. Di esso facevano parte naturalmente "saracinesca... e ponte", perché il rivellino, per i castelli che ne erano muniti, era la sola apertura al mondo esterno.

Verso la fine del periodo di cui parliamo, i parziali adattamenti dell'antica fortezza erano destinati a confluire in una radicale ristrutturazione. 

Il 2 maggio 1481[13] Girolamo Beccaria chiede al Duca di Milano licenza per “riparazioni” al castello. Nella richiesta si cita l’innalzamento delle mura. Queste furono sopraelevate di c. 30 centimetri, per consentire la costruzione di un primo piano. I nuovi locali vennero ampiamente affrescati, come del resto anche alcuni del piano inferiore. Complessivamente sono nove i saloni dotati di cicli di affreschi, tutti sopravvissuti, almeno in parte. Parimenti, molti soffitti in legno sono riccamente dipinti a motivi tardogotici, con richiami agli stemmi e alle parentele dei Beccaria, da ormai quasi un secolo Signori del castello[14].

Fu completato o fatto il grande salone lungo il lato a nordovest, che divenne un gioiello dell’architettura castellana lombarda del periodo.

Le misure, c. metri 16 x 5 sono, per questo piccolo edificio, notevoli. Il pavimento (quello originale sopravvive circa per una metà, risarcita nel 1973) è in grandi medoni quadrati (cm. 27x27, spessore cm. 6) di cotto. Il soffitto a cassettoni è in abete, dipinto a imitazione della radica di noce, con i listelli decorati in stile tardo gotico; si regge su sei travi poggiate su mensole riccamente scolpite a foglia d'acanto e dorate, con 24 bei ritratti di profilo, maschili e femminili, in altorilievo (di cui 20 sopravvissuti e intatti), probabilmente raffiguranti membri della famiglia Beccaria. Il motivo dei ritratti è ripreso sulle pareti, ornate da affreschi di Bonifacio Bembo (attivo c. 1440-80) o della sua bottega. Questi usano il classico artifizio del fregio di finte architravi, ornate appunto dai ritratti, sostenute da colonne fra le quali si sarebbero dovute vedere scene di paesaggi, perdute. Stupefacenti sono le undici finestre: sette verso la corte, grandissime, e cinque verso la campagna, più modeste.  Le finestre ad architrave[15], anziché ad arco, completano l’impronta rinascimentale data dagli affreschi. Una porta finestra dava direttamente su una scala esterna (perduta, ma ora risarcita). Portava al salone anche una scala interna in pietra serena, l'epoca certa della quale si è potuta stabilire solo durante i recenti (agosto 2010 - febbraio 2011) lavori di restauro della bella cantina.

Questa cantina risale certamente alla stessa epoca della costruzione del salone soprastante. Ne ha le stesse misure, ha la volta a botte, alleggerita da sei lunette per lato. Reca tuttora l'intonaco originale delle volte.

Sul lato a nordest, al primo piano, si può vedere un rudimentale balconcino in legno. Sostituisce, con moderna pruderie, il probabile gabinetto di decenza che, come usava nei secoli passati, scaricava ciò che riceveva direttamente nel fossato.

Mancò una modifica che, a cavallo dei secoli XIV e XV toccò a quasi tutti i castelli: l’”incamiciatura”, resa necessaria dall’introduzione, negli assedi, prima delle macchine da guerra come mangani e trabucchi[16] e poi dei cannoni. Consisteva nella costruzione di un secondo muro esterno, di rinforzo e a ridosso di quello originale, talvolta con un’intercapedine riempita di terra (la terra migliorava la resistenza alle cannonate, assorbendone la forza d’urto). Era spesso l’occasione per ingrandire e non di rado completamente ripensare l’architettura complessiva degli edifici, che diede ai castelli l’aspetto che hanno ancor oggi (in qualche caso si possono osservare i merli originali, inglobati a mezza altezza nella muratura).

Il motivo di questa mancata operazione non è documentato. Si può solo ipotizzare che il ramo della famiglia Beccaria detto di Sant'Alessio, alleato prima dei Visconti e poi, soprattutto, degli Sforza, usasse il castello, ormai piccolo per il secolo XV e non l’unica residenza che possedeva, solo come casa di caccia. La località Due Porte, così chiamata perché vi si trovavano quelle di ingresso alle due sezioni del Parco Visconteo, era, come è ancora, a poche centinaia di metri.

Quale sia stata la ragione, la mancata ristrutturazione in senso militare ci ha tramandato quasi intatto un raro esempio di fortezza primitiva. Soltanto altri due esemplari, costruiti sullo stesso modello, sopravvivono in Pianura Padana: uno, più piccolo ma strutturalmente identico, presso Cologna Veneta (e che nel 1975, pur diroccato, era in condizioni apparentemente buone)  e un altro, in pietra, presso Bologna (Carlo Perogalli, com. pers.[17]).

In compenso, la trasformazione in palazzo campestre ci propone una delle prime testimonianze sopravvissute, se non la prima, di questo tipo in Lombardia.

 

[8]Archivio Marozzi, 419, foglio 682. “…cuius castri murum castelum et alios alciari ordinari et aptari facere vult”. Lorenza Tonani, op. cit.  nota 35, pag. 72 precisa di aver trovato anche il documento originale, da lei rinvenuto in ASMi, Sforzesco, carteggio interno, Pavia, cart. 859. In relazione a due affermazioni contenute nel documento settecentesco (“castello di torre, torrini, saracinesca,fosse, scarpa,revellino e acqua e ponte, ben munito e circondato”) e alle parole et alios  della richiesta del 1481, la Tonani si immagina, se interpretiamo bene la sua non facile prosa, che nel 1413 non esistesse il castello attuale, ma un più ampio e antico ricetto turrito (i “torrini”) a far da cinta al villaggio e alla torre, che serviva da abitazione ai castellani; che nel 1481 Girolamo Beccaria avrebbe rialzato non il castello, ma il ricetto e vi avrebbe costruito, all’interno, il castello attuale. Che il castello (o la torre?) sarebbe stato dotato di ponte levatoio (“si evidenzia la presenza… di un antico ponte levatoio”).

Sembra più opportuno leggere i documenti in parallelo con il monumento, non dimenticando quanto essi siano concisi e che quello relativo al 1413 è posteriore di oltre tre secoli.

Il ricetto: non ve n’è di fatto alcuna traccia materiale; non vi sono, nel villaggio, costruzioni eseguite con mattoni antichi, come per esempio a San Genesio, in gran parte edificato con i resti delle mura del Parco Visconteo; non vi sono documenti che menzionino ricetti di sorta o che parlino della sua eliminazione; la facciata della chiesa dista dal castello una cinquantina di metri, il che avrebbe richiesto una cinta ciclopica, incongrua con le dimensioni del villaggio. La parola “circondato” può ben riferirsi all’antico fosso, tombinato negli ultimi cinquant’anni, che alimentava il fossato del castello.

Il castello: mattoni e tecnica muraria del castello e della torre sono identici, quindi le due costruzioni sono coeve. Gli spigoli del castello, come quelli della torre, sono fatti con mattoni graffiti, una tecnica non più usata, in Lombardia, dopo il 1100 circa. Tutte le finestre del castello, di cui una romanica, quindi duecentesca se non più antica, sono visibilmente inserite in aperture praticate in una muratura precedente. I merli risultano tamponati, per poter costruire un primo piano le cui molte decorazioni sono quattrocentesche e coerenti con i lavori iniziati nel 1481.

Quindi a quell’epoca le mura avevano almeno tre secoli. Si aggiunga che tutti questi interventi, comprese le riparazioni dei danni della Battaglia di Pavia del 1525, sono perfettamente leggibili.

I “torrini”: quasi certamente non sono altro che i merli, i quali altrimenti sarebbero menzionati nel documento, succinto ma completo. In alternativa, i "torrini", potrebbero essere stati in legno. Per fare uno solo fra numerosi esempi: nel 1155, durante l'assedio di Pisa da parte di Federico Barbarossa, molte torri erano appunto in legno (G. Schmiedt, Città e fortificazioni...,in Storia d'Italia,vol. V,Documenti, Torino, 1973, I, pp. 121-257).

La torre come residenza signorile: fino al 1651 vi si accedeva tramite una scala a pioli, retrattile. I pavimenti sono in cocciopesto, i solai in travi appena sbozzate, le scale attuali risalgono anch’esse alla ristrutturazione del 1651 e non vi è traccia di quelle precedenti, che pertanto non erano in muratura.

Infine ancora il castello: una sequenza di stanze larghe poco più di cinque metri, che si inseguono lungo i 140 metri del perimetro delle antiche mura, non è affatto il tipo di costruzione palatiale che si sarebbe fatta a cavallo fra ‘400 e ‘500. La si può solo spiegare come adattamento a quanto preesistente –le antiche mura- che dovevano essere conservate, per preservare il minimo necessario al mantenimento delle caratteristiche difensive. Questo può spiegare anche l’alios: il permesso di innalzare le mura difensive era argomento delicato –non lo si dava facilmente- che andava richiesto separatamente da quello riguardante l’erezione dei muri interni, una pura formalità, riassunta con il modesto alios

[8]Archivio Marozzi, 419, foglio 682. “…cuius castri murum castelum et alios alciari ordinari et aptari facere vult”. Lorenza Tonani, op. cit.  nota 35, pag. 72 precisa di aver trovato anche il documento originale, da lei rinvenuto in ASMi, Sforzesco, carteggio interno, Pavia, cart. 859. In relazione a due affermazioni contenute nel documento settecentesco (“castello di torre, torrini, saracinesca,fosse, scarpa,revellino e acqua e ponte, ben munito e circondato”) e alle parole et alios  della richiesta del 1481, la Tonani si immagina, se interpretiamo bene la sua non facile prosa, che nel 1413 non esistesse il castello attuale, ma un più ampio e antico ricetto turrito (i “torrini”) a far da cinta al villaggio e alla torre, che serviva da abitazione ai castellani; che nel 1481 Girolamo Beccaria avrebbe rialzato non il castello, ma il ricetto e vi avrebbe costruito, all’interno, il castello attuale. Che il castello (o la torre?) sarebbe stato dotato di ponte levatoio (“si evidenzia la presenza… di un antico ponte levatoio”).

Sembra più opportuno leggere i documenti in parallelo con il monumento, non dimenticando quanto essi siano concisi e che quello relativo al 1413 è posteriore di oltre tre secoli.

Il ricetto: non ve n’è di fatto alcuna traccia materiale; non vi sono, nel villaggio, costruzioni eseguite con mattoni antichi, come per esempio a San Genesio, in gran parte edificato con i resti delle mura del Parco Visconteo; non vi sono documenti che menzionino ricetti di sorta o che parlino della sua eliminazione; la facciata della chiesa dista dal castello una cinquantina di metri, il che avrebbe richiesto una cinta ciclopica, incongrua con le dimensioni del villaggio. La parola “circondato” può ben riferirsi all’antico fosso, tombinato negli ultimi cinquant’anni, che alimentava il fossato del castello.

Il castello: mattoni e tecnica muraria del castello e della torre sono identici, quindi le due costruzioni sono coeve. Gli spigoli del castello, come quelli della torre, sono fatti con mattoni graffiti, una tecnica non più usata, in Lombardia, dopo il 1100 circa. Tutte le finestre del castello, di cui una romanica, quindi duecentesca se non più antica, sono visibilmente inserite in aperture praticate in una muratura precedente. I merli risultano tamponati, per poter costruire un primo piano le cui molte decorazioni sono quattrocentesche e coerenti con i lavori iniziati nel 1481.

Quindi a quell’epoca le mura avevano almeno tre secoli. Si aggiunga che tutti questi interventi, comprese le riparazioni dei danni della Battaglia di Pavia del 1525, sono perfettamente leggibili.

I “torrini”: quasi certamente non sono altro che i merli, i quali altrimenti sarebbero menzionati nel documento, succinto ma completo. In alternativa, i "torrini", potrebbero essere stati in legno. Per fare uno solo fra numerosi esempi: nel 1155, durante l'assedio di Pisa da parte di Federico Barbarossa, molte torri erano appunto in legno (G. Schmiedt,Città e fortificazioni..., in Storia d'Italia,vol. V,Documenti, Torino, 1973, I, pp. 121-257).

La torre come residenza signorile: fino al 1651 vi si accedeva tramite una scala a pioli, retrattile. I pavimenti sono in cocciopesto, i solai in travi appena sbozzate, le scale attuali risalgono anch’esse alla ristrutturazione del 1651 e non vi è traccia di quelle precedenti, che pertanto non erano in muratura.

Infine ancora il castello: una sequenza di stanze larghe poco più di cinque metri, che si inseguono lungo i 140 metri del perimetro delle antiche mura, non è affatto il tipo di costruzione palatiale che si sarebbe fatta a cavallo fra ‘400 e ‘500. La si può solo spiegare come adattamento a quanto preesistente –le antiche mura- che dovevano essere conservate, per preservare il minimo necessario al mantenimento delle caratteristiche difensive. Questo può spiegare anche l’alios: il permesso di innalzare le mura difensive era argomento delicato –non lo si dava facilmente- che andava richiesto separatamente da quello riguardante l’erezione dei muri interni, una pura formalità, riassunta con il modesto alios

[9] Il passaggio di proprietà del castello, dai presunti antichi proprietari, i Canepanova, ai Beccaria, non è affatto chiaro. Sembra infatti che già prima del 1413 alcuni Beccaria ne possedessero quanto meno delle quote. Parimenti, non si conosce il quando e il come i Canepanova ne divennero proprietari e se mai lo furono per intero.

[10] Molto interessante  l’estemporanea invenzione dell’architetto dell’epoca, che sopperì alla scarsità di pietra, introvabile nelle nostre pianure, realizzando le architravi in malta di calce, rinforzata con sbarre di ferro: il cemento armato con qualche secolo d’anticipo.

[11] Carlo Perogalli conosce altri due castelli simili, in Europa: uno in Estremadura e l’altro ad Aquisgrana.

[12] Fernando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara, Napoli 1490-Milano 1525. Italiano di nascita ma di origini e cultura spagnole. Sposò nel 1509 la poetessa Vittoria Colonna. Dal 1513 comandò, con pari grado rispetto a Prospero Colonna, l’esercito spagnolo. Dal 1524, dopo l’invasione dell’Italia da parte di Francesco I re di Francia, fu luogotenente dell’imperatore Carlo V. Durante i mesi precedenti la battaglia di Pavia si distinse per pazienza, tenacia e capacità diplomatica, soprattutto nei confronti dei Lanzichenecchi al comando di Georg Frundsberg. Il 25 febbraio 1525, nel Parco di Pavia, prese prigioniero Francesco I, creando le premesse per la dominazione spagnola dell’Italia settentrionale (durata fino alla pace di Utrecht del 1713). Morì nel dicembre 1525 di tubercolosi.”

[13] Giovanni de’ Medici, detto “delle bande nere”. Forlì 1498-Mantova 1525. Ebbe un’infanzia complessa e turbolenta. Orfano di padre, con la madre prigioniera di Cesare Borgia, fu dato in tutela a Jacopo Salviati, genero di Lorenzo de’ Medici. Nel 1511, dopo l’uccisione di un coetaneo, fu bandito da Firenze e dal 1513 trovò rifugio nelle milizie di papa Leone X (Medici, figlio di Lorenzo). Nel 1516 sposò la lontana cugina Maria Salviati, figlia di Jacopo, che gli darà Cosimo, futuro granduca di Firenze. Negli stessi anni creò un suo esercito “di ventura”, che si distinse per il perfetto addestramento degli uomini e per l’impiego della cavalleria leggera. Dal 1521 fu al soldo di Leone X, alleato di Carlo V che voleva restaurare gli Sforza a Milano, detronizzati dai Francesi. Nel dicembre dello stesso anno morì papa Leone e Giovanni fece listare a lutto le sue milizie, da cui il celebre soprannome. Dal 1523 fu al soldo degli Spagnoli. Dal novembre 1524 passò con i Francesi e partecipò all’assedio di Pavia. Tuttavia fu ferito nei giorni precedenti la Battaglia (25 febbraio 1525) e la sua determinante milizia rimase priva del comandante. Morì a Mantova, colpito da un proiettile di falconetto, nel novembre dello stesso anno.

[14] Carlo III, duca di Borbone, connestabile di Francia. Montpensier 1490-Roma 1527. Nel 1515 divenne viceré di Milano, dove operò in modo eccellente, ma, nel marzo 1516, fu sostituito dal pessimo Lautrec. La madre di Francesco I, Luisa di Savoia, volendo impadronirsi delle sue immense ricchezze, lo fece processare e condannare. Dopo una fuga avventurosa, il Borbone si alleò con Carlo V, ma fu sconfitto dall’armata al comando di La Palisse, mentre tentava di assediare Marsiglia. Traversò quindi le Alpi, dove perdette quasi tutta l’artiglieria, e si congiunse con gli Imperiali in Lombardia, in tempo per partecipare alla battaglia di Pavia. Deluso dal rifiuto di Francesco I che, pur prigioniero, non accettò mai di rendergli i feudi confiscati, tentò di crearsi un suo dominio in Italia, ma fu ucciso durante l’assedio a Roma.

[15] Nei giorni successivi, Giovanni delle Bande Nere fu ferito, probabilmente presso San Lanfranco, lungo il Ticino, a un chilometro a monte rispetto a Pavia, a una gamba e all’inguine, da un colpo d’archibugio. D’Avalos, cavallerescamente, gli diede un salvacondotto per Piacenza, dove poté essere curato, ma non in tempo per poter partecipare alla Battaglia di Pavia. Il 24 febbraio 1525 D’Avalos e il Borbone, usciti nella notte precedente da Sant’Alessio, si riunirono ai Lanzichenecchi di Frundsberg, penetrarono nel Parco Visconteo e vi sconfissero i Francesi, catturandone il re Francesco I. La Battaglia di Pavia aprì la strada alla dominazione spagnola dell’Italia.

[16] Antonio Bonardi, L’assedio e la battaglia di Pavia. Diario inedito ( pubblicato in Memorie e documenti per la storia di Pavia e suo principato, anno I, Pavia 1894-95)

[17] Lardirago, un castello allora di proprietà dell’abbazia di san Pietro in Ciel d’Oro, da tempo era stato trasformato in lussuosa residenza, a spese delle fortificazioni, ed era chiaramente indifendibile. Non fu attaccato dal Medici con la stessa durezza di Sant’Alessio, infatti presenta pochi segni di danni da cannoneggiamento. Inoltre il villaggio di Lardirago si trovava dalla parte sbagliata dell’Olona, allora scavalcato da un esile ponte, tuttora esistente e inadatto al transito dell’importante esercito imperiale, forte di circa 22.000 effettivi (sui 35.000 teorici).  D’Avalos preferì stabilirsi in Sant’Alessio, da cui poteva recarsi spesso alla Ca' dei Levrieri (alle porte di Pavia e lungo il muro perimetrale del Parco), dove aveva piazzato la scarsa artiglieria. 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Marzo 2011 08:40