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LA VIA FRANCIGENA: dal 1650 al 1796.
Contrariamente all’ingenua vulgata, che vuole un “percorso principale” per i pellegrini romei, ricalcato per mille anni su quello del vescovo inglese Sigerico del lontano 990, che altro non era che uno dei tanti viaggi effettuati e documentati dai cronachisti dell’epoca[34], il cammino verso Roma avveniva lungo molteplici e spesso mutevoli itinerari[35]. Un fiume di gente, proveniente da tutta Europa, si incanalava in percorsi fissi sui passi alpini, per poi ridividersi in cento e cento rivoli. Rivoli che cambiavano per le stagioni, per motivi politici e di ordine pubblico, per scansare le pestilenze, per il variare, nei secoli, delle strade, dei ponti (di barche, quelli, numerosi, sul Po [36]), dei servizi di traghettamento[37]e perfino del corso dei fiumi, tutt’altro che fisso: fra il 1466 e il 1476 gli Sforza, per recuperare terreno agricolo, fecero eliminare, dragandolo, il guado di Chignolo. La piena del 1181 fece deviare il Po a valle di Piacenza, rendendo tra l’altro inutile il ponte in località Sparavera. Cambiavano per le diverse provenienze, per l’interesse a visitare un posto piuttosto che un altro, una persona anziché un’altra, per il piacere di tornare da una strada diversa da quella dell’andata[38], per i motivi commerciali di chi si pagava il viaggio rivendendo mercanzie o lavorando lungo il percorso, o coglieva l’occasione per incrementare i propri affari. Cambiavano per il susseguirsi degli eventi: dopo la morte di san Francesco (1226), si assisté a una rinascita della via consolare Flaminia, che passava da Assisi. Inoltre, il flusso dei pellegrini voleva dire ricchezza[39], né più né meno di quanto accade con il turismo odierno. Per attirarli, si approntavano quindi strade diverse, nuovi ponti, chiese e cappelle, santuari, ospizi, ospedali, locande… forse anche qualche piccolo miracolo. Qualcuno assoldava banditi per minare il buon nome degli itinerari altrui, guadagnandoci anche qualcosa, per soprammercato[40]. Dopo il Medioevo, il flusso dei pellegrini andava lentamente diminuendo. Tanto maggiori erano quindi gli investimenti per aggiudicarsi ciò che restava di questa importante risorsa. A una di queste iniziative, certamente, si devono i lavori intrapresi fra il 1651 (13 maggio 1651 è la data che si legge su una targa a intonaco, posta sotto il nuovo ponte che collega la torre al castello) e il 1662 (la data apposta su uno degli affreschi, di cui parleremo più avanti). Ersilia e Claudio Beccaria, figli di Alfonso[41], erano morti nella prima metà del ‘600, senza eredi diretti. Le proprietà agricole in Sant’Alessio erano state ulteriormente divise fra parenti lontani o acquisiti. Il castello, come residenza nobiliare, probabilmente non interessava più a chi già ne aveva di propri e comunque non ne possedeva che una caratura. Potrebbe essere la ragione della sua trasformazione da manufatto costoso da mantenere in un’impresa capace di dare reddito. Prima dei recenti (1973-74) lavori di restauro, osservando il castello, si rimaneva stupiti dello scempio che era stato fatto delle antiche finestre (merita riflettere sull'uguale destino del castello di Lardirago) . All’interno, la situazione era simile, caratterizzata dalla suddivisione dei saloni (quasi tutti ripristinati) e dalla costruzione di scale non originali (tutte conservate nei restauri) e da porte spostate (sono state recuperate quelle originali, che erano state semplicemente murate). Non trovammo, allora, spiegazione di una simile devastazione, apparentemente inutile. Anni dopo, con la pulitura degli affreschi della torre, lo studio degli scarsi documenti e delle costruzioni circostanti, la verità ci fu chiara. Nel 1626 Il Collegio Ghislieri che, per volontà di Papa San Pio V, era entrato in possesso del castello e delle terre di Lardirago (in precedenza appartenuti all’Abbazia pavese di San Pietro in Ciel d’Oro), fece costruire un bel ponte a tre archi sull’Olona, sulla strada per Sant’Alessio e Pavia. Con il manufatto si migliorava il collegamento fra il nostro capoluogo e Milano. Pochi anni dopo, il castello di Sant’Alessio fu modificato e reso adatto a ospitare centinaia di viandanti[42]. La torre fu collegata al castello da un ponte e dotata di scale interne in muratura, i saloni suddivisi; il rivellino distrutto era già stato sostituito da un corpo in muratura che collegava i due monconi rimasti e, sul fossato, era stato costruito o restaurato un ponte . Sul fronte opposto, un secondo ponte fu lanciato sul fossato, verso la campagna, sacrificando, per farne un androne, parte di un bel salone affrescato[43] e dotato di cinque finestre a sesto acuto (ne rimangono tre, di cui una con le decorazioni pittoriche originali, e pochi resti, murati, della quarta e della quinta). Il salone con gli affreschi del Bembo fu diviso in tre locali, di cui uno dotato di un bel camino in cotto (che si trova, secondo le voci raccolte sul luogo, presso la Fondazione Bussolera, uno dei precedenti proprietari) Ma la prova dello scopo delle trasformazioni viene dai quattro affreschi, dipinti, nel gusto del Fiammenghino (Giovanni Mauro della Rovere, 1575-1640), nel piano terra della torre, trasformato in cappella[44] e reso praticabile mediante l’apertura di tre grandi finestre e di una porta[45]. Non solo sono pitture che descrivono la vita dei pellegrini e i loro rapporti con frati e monaci, ma, arditamente, propongono Sant’Alessio come crocevia del pellegrinaggio romeo e verso la Terrasanta. Una delle quattro vele è dedicata al percorso che dalla Francia porta verso le nostre pianure, con un accenno alla valle di Susa e, forse, all’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, con un Frate Minore che aiuta un paralitico ad attraversare un ponte in legno sul Po; una seconda vela illustra i passi dalla Svizzera e dalla Germania, con una puntuale citazione della Certosa di Pavia e con un primo piano che riproduce fedelmente il ponte di Lardirago, dove Frati Cappuccini soccorrono un viandante. Due vele sono invece dedicate ai percorsi verso Roma e la Terrasanta: la prima, largamente rovinata (fra il 1945 e il 1970 nella torre era stata installata una segheria), mostra il passaggio attraverso il Monte Bardone (Mons Langobardorum), cioè l'attuale Cisa e la seconda, dall’iconografia unica in tutta l’area mediterranea, documenta i pericoli del viaggio per mare verso Gerusalemme, con una scena di naufragio e i pellegrini soccorsi da Monaci Benedettini. Sullo sfondo, il Golgota.
[34] Con, oltre ai consueti stemmi della famiglia, ripetuti anche nel soffitto a cassettoni, lo straordinario motivo della Fenice, il mitico uccello che risorge dalle proprie ceneri. L’affresco è quattrocentesco e non può quindi riferirsi alle vicende del castello nella Battaglia di Pavia, ma, presumibilmente, a quelle del condottiero Franceschino Beccaria (c. 1379-1450), vedi anche nota 5). [35] Purtroppo, nel 1990, il Parroco di Sant’Alessio si disse contrario al ripristino delle funzioni religiose nella cappella. [36] Il fatto che queste ampie aperture, realizzate con pochissime cure strutturali, non abbiano compromesso la stabilità della torre stessa, dice molto sulla sua qualità costruttiva. [37] Nella nostra ferma opinione, il “restauro” dei monumenti storici esige che l’uso moderno si adatti al luogo e sia con esso compatibile, e non viceversa. L’uso frequente, da parte degli Enti burocratici locali, dello sgradevole termine “ristrutturazione” è sintomatico del pensiero sovrastante. Una puntata a Villanterio o a Lacchiarella può illustrare il concetto. |
| Ultimo aggiornamento Martedì 25 Ottobre 2011 13:47 |




