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L’ASSEDIO E IL RITORNO ALLA VITA CORTESE: dal 1525 al 1650.
Nel febbraio 1525 il castello di Sant’Alessio fu teatro dell’unico scontro diretto fra due grandi avversari, protagonisti della storia d’Italia: Ferrante D’Avalos[18], marchese di Pescara, il comandante dell’esercito imperiale spagnolo, e Giovanni dei Medici “delle Bande Nere”[19], il celebre condottiero, allora da poco al soldo dei Francesi. Quest’ultimo stava razziando provviste presso Settimo (un importante e poco conosciuto castello, legato alle vicende private della famiglia Visconti, sito nel vicino comune di Bornasco), quando seppe che il D’Avalos, radunate a Villanterio le proprie truppe e quelle al comando del Connestabile Carlo III di Borbone[20], stava portandosi verso Pavia per raggiungervi i Lanzichenecchi di Frundsberg[21] e attaccarvi i Francesi che la assediavano. Il Medici[22] inseguì[23] quindi le forze imperiali, che si erano frattanto (3-4 febbraio) acquartierate in Lardirago[24] e soprattutto nel castello di Sant’Alessio, dove, in particolare, il D’Avalos aveva stabilito il proprio quartier generale[25]. Probabilmente per la presenza del comandante delle forze imperiali, l’assedio fu tremendo[26]. Il rivellino fu danneggiato o distrutto, per non risorgere mai più. La cinta muraria presenta ancora numerosi altri danni, che probabilmente risalgono allo stesso episodio. Durante i restauri del 1973-75 furono trovate due palle di cannone e una di falconetto, incastrate nei muri interni del castello[27]. La torre uscì intatta dall’episodio, presumibilmente perché, essendo una difesa interna e poiché alla fine il castello non fu espugnato, non fu bombardata: in particolari condizioni di illuminazione, si possono ancora vedere le scalfitture delle pallottole di moschetto, in alto, sopra il profilo delle mura del castello[28]. Quando il Medici fu dislocato a San Lanfranco[29], la pressione sull’esercito imperiale fu mantenuta mediante sortite dei Francesi dal Parco, nel quale essi reputavano di trovarsi in una fortezza difficilmente espugnabile, tanto da allentare i pattugliamenti lungo la muraglia. Le sortite e i cannoneggiamenti (i Francesi erano meglio forniti di cannoni [v. nota 14] e molto più abili nel loro uso) continuarono lungo tutto il mese di febbraio, fino al fatidico giorno di san Matteo, il 25. Nella notte precedente infatti, D’Avalos lasciò Sant’Alessio[30], fece praticare una breccia nelle mura del parco e raggiunse i Francesi. Lo accompagnavano i Lanzichenecchi di Frundsberg, pronti a combattere all'ultimo sangue contro i loro nemici personali, gli Svizzeri al soldo dei Francesi. Prima di uscire in battaglia cantavano, in ginocchio, la danza macabra scritta per Pavia, di cui sopravvive anche l'angosciosa musica. Buttavano manciate di terra dietro le spalle, per testimoniare di essere disposti a morire per il loro comandante.
La morte feroce
La morte feroce ha scoccato alla tua vita una freccia. Arriva veloce quel dardo e scansarlo non puoi. La vita scompare qual fumo nel vento: la morte il tuo corpo si prende. Tesori e ricordi qui lasci. Con lei devi andare.
Nel mondo nessuno può dire se l’ora è venuta. Bussa la morte alla porta e aprirle dovrai. Se giovane o vecchio, lo sai che lei non ti teme. Forse sei povero, ma a te il re sarà insieme.
Un giorno e mai più, se questo è il destino. La virtù, soldato, perseguir dovrai: non sai chi lei vuole e se tempo tu avrai. Alto è il Sole nel cielo ma negli inferi a sera cadrà.
Di questo canto un fratello la musica ha scritto. Ha combattuto la morte ma in sé la portava. Giace ora in un fosso. Un giaciglio di terra da scudo gli funge. Stai in guardia perché Domani o pur oggi Anche te lei vorrà. Nella battaglia perirono complessivamente ventimila uomini e il fiore della nobiltà francese.
Il castello dovette essere prontamente riparato. Nel 1589 Alfonso Beccaria[31] vi ospitò Enrico Giulio di Brunswick-Luneburg, Duca del Lussemburgo[32]. La presenza di un ospite regale indica uno stato di riparazioni ineccepibile, di cui però, oggi, non riusciamo a riconoscere traccia: dovette trattarsi di un puro e semplice ripristino dello stato precedente. Con la fine del Parco, danneggiato nella Battaglia di Pavia nel 1525 e mai più ricostruito[33], l’interesse per il castello di Sant’Alessio dovette scemare. Inoltre non si può dimenticare la crisi economica che si abbatté sul Pavese in conseguenza dell’interminabile guerra, seguita, dopo poco, dalla peste del 1576-77 e da quella del 1630. Infine, con la morte di Francesco II Sforza, nel 1535 e senza eredi, i Beccaria persero parte del loro ruolo politico e delle relative protezioni. Alfonso Beccaria protesse e ospitò a lungo Torquato Tasso. Ci piace pensare che lo abbia fatto anche fra queste amate mura.
[18] Stefano Marini, Beccariae gentis imagines, ms., 1598., tradotto in italiano nel sec. XVIII, f. 140 “..in altro tempo avendo alloggiato il marchese di Pescara Francesco Ferrante D’Avalos D’Aquino, Capitano Generale dello Stato di Milano al castello suo di Sant’Alessio”. [19] S. Marini, ibidem, f. 121-122 “ …quanto grande fosse in lui (Giovanni Battista Beccaria) la scienza militare in sostenere e francamente rigettare un fortissimo assedio nel castello in parte suo di Sant’Alessio”. Fu anche gravemente ferito e rimase zoppo a vita. [20] Nel muro fra l’attuale stanza della musica e il piccolo locale adiacente, a nordovest. [21] Sempre nell’ambito della guerra tra Francia e Impero, per il dominio dell’Italia, Sant'Alessio subì un secondo assedio, nel 1527 (S. Marini, op. cit.). Gli scontri di quegli anni si ripercossero in maniera gravissima sulle popolazioni locali. In particolare, fra la Battaglia del febbraio 1525 e il 1529, i territori a sud di Milano e fino a Pavia furono teatro di una delle più sanguinose guerre che si ricordino. A Pavia, espugnata quattro volte, dai nemici e dai cosiddetti alleati, morirono 25.000 abitanti su 30.000. Vi fu razziato ogni bene, compresi i gioielli dalle sepolture. Il 12 settembre 1529 gli ambasciatori d’Inghilterra scrivevano al loro Re Enrico VIII (alleato non belligerante di Carlo V): “… fra Vercelli e Pavia, cinquanta miglia del territorio più fertile del mondo… sono diventate un deserto…”. Giovan Marco Burigozzo, in “Cronica di Milano 1500-1544”, testimonia che i lupi avevano invaso, famelici, il contado pavese “da assalir uomini armati e cavar dalle culle e dalle braccia delle madri i teneri fanciulli”. Probabilmente, divorando le migliaia di cadaveri, spesso abbandonati senza sepoltura, si erano abituati alla carne umana (citato da Virginio Inzaghi,Storia di Pavia, vol II, pag.586, Pavia 1976). [22] L’armata di Giovanni delle Bande Nere era molto piccola, composta com’era da cinquecento cavalleggeri e da quattromila fanti. Ma si trattava di gran lunga della migliore forza in campo (e, se lo dicono i Francesi, gli si può credere): la sola ben pagata - se del caso, di tasca personale del Medici - e la meglio addestrata (Jean Giono, Le désastre de Pavie, Parigi, 1963, pag. 143). San Lanfranco, lungo il Ticino, era il centro della strategia d’attacco di Francesco I, che, sempre fermato sotto le mura di Pavia, pensava di penetrarvi, in qualche modo, dal fiume, ove le difese erano ridotte. Il re francese tentò perfino, con una diga, di deviare il fiume: Pavia, quella volta, fu salvata da una piena che travolse il manufatto. [23] La testimonianza di S. Marini, testé citata, non può che riferirsi a quei giorni fatidici precedenti la battaglia: D’Avalos non si era mai recato a Pavia negli anni e nei mesi precedenti, né, nei giorni successivi, poté usufruire dell’ospitalità del Beccaria nel castello, diroccato per l’assedio. Morì di tisi, a Milano, nel dicembre di quello stesso 1525. [24] S. Marini, op. cit., f. 147, dove si afferma che il duca era accompagnato dalla moglie Dorotea, che però era morta nel 1587. [25] Le terre, di proprietà del Demanio, furono in parte cedute a terzi, i preziosi e secolari alberi, abbattuti e venduti, come gli stessi mattoni dei 30 chilometri di ciclopiche mura (alte fino a cinque metri e spesse tre alla base, talmente potenti che i guastatori dell’esercito imperiale, alla vigilia della Battaglia di Pavia, non poterono demolirle, per penetrare nel parco, che con la polvere pirica), con cui si costruirono interi villaggi (cfr. V. Inzaghi, “Storia di Pavia, Pavia 1976, vol. II, pag. 570). [26] Cfr. Renato Stopani, “Le vie di Pellegrinaggio nel Medioevo”, Firenze, 1991. Nel Medioevo, il viaggio di Sigerico era largamente dimenticato: si cominciò a parlarne ancora solo dopo il 1970. In verità, il più affascinante fra i molti diari di viaggio di un pellegrino, è forse quello dell'anonimo di Bordeaux, che nel 333 raggiunse la Terrasanta passando per le Alpi, l'Italia, la Tracia, Bisanzio, la Siria e il Libano, lasciandoci un resoconto minuzioso dei suoi 5.200 chilometri e dei 360 cambi di cavalcatura, nonché una bellissima e accurata descrizione di Gerusalemme (Teddy Kollek e Moshe Pearlman, Pilgrims to the Holy Land, New York 1970, pag. 38) [27] Così, nel 1251 “Nikulas Munkathvera, abate del monastero di Thingor” pellegrino islandese, suggerì la possibile alternativa attraverso Milano (E. C. Werlauff, Symbolae ad geographiam Medii Aevi ex Monumentis Islandicis, Copenhagen, 1821). Su questo personaggio, abbiamo condotto una meticolosa e per noi divertente ricerca, esaminando, come per quasi tutte le altre informazioni riportate in questo breve scritto, le fonti. Ci si consenta di riferirne. Le pubblicazioni del XX secolo, derivando e amplificando errori l’una dall’altra, hanno finito per dare a questo autore una nuova identità. Si tratta in realtà di Nikulàs Bergsson, monaco benedettino (e non abate) del monastero benedettino di Thingeyri (e non Thingor), che, al ritorno dal pellegrinaggio a Roma e in Terrasanta, ottenne dal Papa il permesso di fondare un nuovo priorato, quello di Thvera, di cui non divenne abate ma priore (munkathvera, in Islandese antico o moderno vuol sempre dire " monaco di Thvera"). Inoltre, il testo con il diario del viaggio gli è soltanto attribuito. [28] Dei tre di Piacenza, quello che collegava i due tronconi della via Emilia, esisteva almeno dal 753, quando il re longobardo Desiderio ne concesse i diritti di pedaggio al Monastero di Santa Giulia di Brescia (cfr. B. Pollastrelli, “Il porto e il ponte sul Po presso Piacenza”, in Archivio storico lombardo, 4, 1877, p. 9 e sgg.). Fu più volte ricostruito e rimase in uso fino ai primi anni dell’800 (cfr. AA.VV. “Guida di Piacenza e Provincia”, Torino, 1924). Inoltre, fra gli altri, ne esisteva uno a Castelsangiovanni, anch’esso più volte distrutto e ricostruito (cfr. V. Inzaghi, “Storia di Pavia”, Pavia 1976, vol. II pag. 152). [29] Alla confluenza fra Po e Ticino, dove attualmente è il ponte della Becca, si trovava, anticamente, un ponte di barche, sostituito, dopo molte distruzioni dovute alle piene dei fiumi, con un servizio di traghetti. [30] V. Y. Renouard, Routes, étapes et vitesse de marche de France à Rome au XIII et au XIV siècle d’après les itinéraires d’Eude Rigaud (1254) et de Barthélemy Bonis (1350), in Studi in onore di Amintore Fanfani, Milano, 1962. [31] V. Renato Stopani, op. cit. pag. 123. V. anche Rodney Stark, God's battalions: the case for the Crusades, Londra e New York 2009, che testimonia la tolleranza, almeno nei primi secoli, dell'invasore arabo nei confronti dei pellegrini cristiani, che arrivavano a raddoppiare la popolazione della città santa. [32] Cfr. Annales stadenses auctore Alberto, in Monumenta Germania Historica Scriptores, vol. XVI, Hannover 1860, pagg. 336-338. [33] Sulle dimensioni degli Ospizi, vedasi T. Tobler, Itinera et descriptiones Terrae Sanctae, Leipzig 1874, pagg. 158-59. |
| Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Marzo 2011 08:48 |




