Home Storia del Castello la fortezza
la fortezza PDF Stampa E-mail

IL MILLENARIO  CASTELLO DI SANT’ALESSIO

ARTE E STORIA

 

LA FORTEZZA: dalle origini per ora misteriose al 1413 circa.

 

La fortezza originaria sostituì (o coincise con?), un edificio militare di epoca tardo-romana (bizantina) o, più probabilmente, longobarda. La struttura quadrata, con la torre al centro, aderisce strettamente al modello del castrum romano, ancorché con dimensioni più piccole di quelle documentate per gli eserciti romani e in una regione lontana dal limes. Le misure stesse del castello non lasciano molti dubbi: i lati misurano esattamente un actus (metri 35,52), mentre la superficie complessiva è pertanto un actus quadratus, o acro (storo o staioro per i Longobardi) di mq 1265. L’actus e l’actus quadratus erano rispettivamente le due misure romane fondamentali di lunghezza e superficie, entrambe adottate, cambiandogli solo il nome, dai Longobardi[1]. Poco dopo la conquista di Pavia ad opera di Carlo Magno (773-774), si passò (c. 790) alle nuove unità di misura, fondate sulla toise (tesa), di c. cm. 194,9, che non è un sottomultiplo delle misure della fortezza.

E’ opportuno ricordare che, durante gli accurati ed estesi lavori di restauro del 1973-74, sono bensì stati trovati alcuni mattoni sparsi, di epoca romana, ma non frammenti murari diversi dalle fondazioni definitive del castello. Queste, a loro volta, sono apparse perfettamente collegate e omogenee alle murature esistenti, che non inglobano alcun tratto di muro preesistente. Allo stato attuale, rimane perciò un fondato dubbio sulle reali origini e sull'epoca di costruzione della fortezza, che potrebbe essere molto più antica di quanto finora ritenuto. 

Essa –parliamo della cinta muraria e della torre- fu comunque eretta in una sola volta, come si può ben capire osservando le tecniche impiegate e perfino i mattoni, tutti prodotti con la stessa terra e cotti alla stessa maniera e legati dalla stessa malta. L’epoca della costruzione, salvo quanto osservato al capoverso precedente, è collocabile entro il sec. XI, come testimoniano, fra l’altro, i mattoni angolari, rifiniti a graffiti, una tecnica abbandonata in Lombardia intorno al 1100 (C. Perogalli, com. pers., 1973). Secondo M. Merlo, il castello risalirebbe al periodo delle invasioni degli Ungari (890 e decenni successivi, quando Berengario, soprattutto fra il 904 e il 919, incentivò in ogni modo possibile la costruzione dicastra et castella[2].). Maria Teresa Mazzilli Savini[3] qualifica "altomedievale", cioè data fra la caduta dell'Impero Romano e l'anno 1000, il castello di Sant'Alessio.

La fortezza sorge tuttora su un modesto tumulus, più tardi denominato motta, probabilmente ricavato dallo scavo del fossato (tumuli, fossati e muri o palizzate sono fra le forme minime più comuni e documentate per le difese altomedievali: si vedano i numerosi documenti  imperiali, fra i quali il meglio datato e il più citato è quello di Guido da Spoleto del 22 novembre 891, che ratifica l'opera del vescovo di Modena "et liceat ei fossata cavare, molendina construere, portas erigere..."[4] . Il volume lordo del fossato corrisponde tuttora, con buona approssimazione, a quello della sopraelevazione del castello sul piano della campagna circostante.

Le fondamenta sono impressionanti: una serie di pilastri a sezione quadrata, di cm. 80 di lato, in laterizio, affondano per almeno due metri e mezzo (tanto osammo, nel 1974, scavare), ben al di sotto della falda acquifera. I pilastri sono fra loro collegati  da ampi archi ribassati, sui quali poggiano le mura. La sommità degli archi supera di quasi un metro il livello medio dell'acqua del fossato e la luce sottostante è accecata solo, verso l'esterno, dalla scarpata. Il fatto è di notevole interesse perché dimostra che la scarpata è strutturale, nata con le mura e non aggiunta posteriormente.

In attesa di poter datare alcuni elementi della costruzione originale, mediante la tecnica della termoluminescenza, avanziamo una teoria sulle origini del castello.

Il fossato, il modesto tumulus e una palizzata in legno, costruita sull’esatto perimetro attuale, furono quasi certamente eretti in epoca longobarda e potrebbero risalire all’intensa attività fortificatoria di Liutprando (c. 690- Pavia 744, re d’Italia dal 712). All’interno si sarebbero trovate costruzioni in legno, destinate a ospitare guarnigione e abitanti del circondario. In un periodo successivo, che potrebbe essere quello di Berengario I (Cividale del Friuli c. 850-Verona 924) e comunque prima del 1100 circa, la palizzata fu sostituita con l’attuale muro di cinta e, al centro della corte, fu contemporaneamente eretta la torre.

Un elemento che appoggia la proposta che la fortezza originale debba essere riferita all’epoca del Regno Longobardo –o comunque all’Impero, fino al 1024- è il curioso fatto che Sant’Alessio non fu mai un feudo. Doveva quindi dipendere direttamente dalla corona, parte delle difese di Pavia, capitale (c. 700-1024, seconda solo a Roma per durata) del Regno d’Italia.

Il castello di Sant'Alessio, nei cui muri originali sono solo state aperte finestre e i cui muri sono stati rialzati di appena trenta centimetri (nel 1481 e anni seguenti: si veda più avanti) è quindi l'unico esempio in Italia, rimasto pressoché integro e invariato (a parte probabilmente quello, identico ma più piccolo, di Cologna Veneta, diroccato e abbandonato, di cui più avanti), a testimoniare la tecnica difensiva militare di un periodo così antico.

Come detto, quasi tutta la struttura originale è ancora esistente, solo alterata dalle finestre,  posteriori - dal XII al XVII secolo- quelle del castello (mentre sono originali quelle a tutto sesto della torre), e dal modesto innalzamento delle mura,  ottenuto con il tamponamento dei merli a profilo quadrato (detti guelfi, ma, all'epoca della costruzione del castello, la parola non era in uso in Italia: fu adottata a Firenze nel 1216 ed ebbe il significato che ora le attribuiamo solo un'altra generazione più tardi). Manca inoltre il rivellino, distrutto nei giorni precedenti la Battaglia di Pavia. La sua esistenza è testimoniata dal documento citato più oltre, da resti di muratura antica, inglobati nella ricostruzione cinquecentesca, nonché da uno degli affreschi della Sala delle Carte Geografiche, in Vaticano.

Nella campagna di restauri, prevista per il 2010-2011, alcuni merli saranno evidenziati, abbassando, dello spessore di un mattone, le rispettive tamponature e lasciandoli quindi in rilievo.

La torre centrale (che ricorda molto il campanile dell'VIII secolo di Sant'Ambrogio in Milano), fu costruita con il solo scopo di offrire, in caso di occupazione del fortilizio da parte del nemico, un ultimo rifugio ai difensori[5]. Era originalmente caratterizzata dalla completa chiusura del grande locale al piano terra. L’accesso alla torre era solo possibile da una porta, ancora esistente[6], al primo piano, a circa sei metri d’altezza, che era servita da un balconcino in legno e da scale a pioli, ovviamente retrattili. Di queste opere lignee rimangono gli incastri nella parete e la forma alquanto insolita della muratura destinata ad accogliere il portoncino. I tre piani intermedi erano – e ancora sono- dotati di pavimenti in cocciopesto, una mistura di calce e tegole tritate, già in uso in epoca romana per gli edifici militari. I solai sono in larga parte quelli originali; alcune mensole sono scolpite con un modesto motivo compatibile con il gusto bizantino. Non sappiamo quali scale consentissero la comunicazione fra i piani stessi. L’ultimo, il quarto, era, come in molte torri dell’epoca, abbastanza in alto (28 metri) per essere al riparo da molte delle armi allora in uso. Poteva quindi sfoggiare dodici ampie finestre con archi a tutto sesto, un pavimento in medoni di cotto – quello rimasto è più tardo, forse cinquecentesco, e malamente riparato nei secoli successivi- e un bel soffitto ligneo, apparentemente strutturale, di cui rimane qualche profilo probabilmente duecentesco, ma oggi sostanzialmente perduto.

Nasce con le più antiche fortificazioni la tecnica di munirle di fossati e scarpate, e così fu fatto anche qui. Secoli dopo, nasce  il ponte levatoio[7] Non si può escludere che ve ne fosse uno nel rivellino perduto, anche se l’epoca della costruzione del castello porterebbe a escluderlo e il documento settecentesco che citeremo più avanti parla di  una inferriata, che veniva calata a saracinesca lungo due guide ricavate nel muro, una soluzione di per sé in parte alternativa al ponte levatoio. La scarpata, ancora conservata, aveva la doppia funzione di fare da contrafforte alle mura e di esporre meglio ai tiri dei difensori gli eventuali attaccanti.

Fra le frammentarie notizie che ci rimangono di quest’epoca, c’è il nome del villaggio, documentato almeno dal sec. XII: Sancto Alexjo. Il santo protettore dei pellegrini che quindi, già allora, da qui transitavano con regolare frequenza, seguendo la via ad Lambrum, che, fino al XII secolo, collegava Lodi Vecchio (distrutta nel 1111 dai Milanesi) a Pavia. Non può quindi essere esclusa l’ipotesi che il fortilizio avesse, almeno secondariamente e nei periodi di pace, la funzione di ricetto per il flusso dei viandanti. M. Teresa Mazzilli Savini (op. cit., pag. 33) ritiene che il ponte medievale sull'Olona (forse da identificarsi con uno ancora esistente, a nordovest del castello di Lardirago) e il porto fluviale che si trovava fra Lardirago e Sant'Alessio, rendessero questa via essenziale per le comunicazioni fra Milano e Pavia. Non bisogna dimenticare che, fino a tutto il Medioevo, la portata dell’Olona era molto più importante di quella attuale, impoverita dai prelievi, a monte, per alimentare i canali destinati all’irrigazione delle nostre pianure.

Il salone d’onore, nel suo aspetto decorato attuale, in stile tardogotico, risale certamente alla ristrutturazione del 1481, di cui parleremo più avanti, ed è della stessa epoca il grande locale del lato prospiciente la chiesa (ora molto ammalorato, ma che conserva piccoli frammenti di decorazioni di ottima qualità, a fresco). Tuttavia, entrambi sono strutturalmente muniti di una feritoia verso la corte. Dovevano quindi essere già presenti prima che il castello prendesse, nel 1481 appunto, la sua forma rinascimentale di palazzo: le feritoie fanno pensare a castellani o militari che si ritiravano in una porzione a loro riservata, mentre i pellegrini o i villici occupavano il resto.

Risale alla metà di questo periodo la costruzione di una stanza d’angolo. Questa stanza è dotata di una finestra a tutto sesto (romanica), stilisticamente databile entro la fine del XII secolo. La finestra è stata palesemente inserita nella muratura in un secondo momento, rispetto alla costruzione, con una tecnica ben diversa da quella originale. Lo prova l’inserimento delle finestre e delle feritoie della torre, al contrario meticolosamente previsto ed armonico, mai segnato da mattoni spezzati. La stanza comunicava con l'esterno, o con un altro locale ora perduto, mediante una porta accecata dalla scala d'accesso all'attuale stanza della musica, costruita nel 1481. 

 

...Segue

 

 

 

 

 

[1] Semplificando: il sistema romano era fondato sul calcolo misto duodecimale-decimale (12x10=120), quello longobardo era duodecimale puro (12x12=144). Pertanto l’actuslongobardo (=6 pertiche), coincidente con quello romano (c. m. 35,50), diviso per 72(=1/2 di 144), era servito per determinare la misura del piede di Liutprando (cm 49,4).

[2] E’ priva di qualsiasi fondamento l’opinione, spesso ripetuta, che torri di questa potenza e di così modesta altezza fossero “di avvistamento”: come si può vedere oggi, quando l’ambiente circostante è tornato boscoso com’era nel Medioevo, dalla torre non si vede alcunché, neppure a poche diecine di metri di distanza. Salvo beninteso durante l’inverno, quando le ostilità erano generalmente sospese.

[3] Tamponata nel ‘600, è stata riaperta nel 1973.

[4] Cfr Lorenza Tonani, Sant’Alessio con Vialone, storia ed arte, Sant’Alessio, 2004, pag. 28-29 e nota 35 Archivio Marozzi, cart. 197, n° 5, Cenni storici sulla Famiglia Beccaria.

[5] Franceschino Beccaria, condottiero, fondatore della stirpe dei B. di Sant’Alessio, nacque a Santa Giulietta nel 1379. Sposò Avenanzia del Carretto (o, secondo altre fonti, Avenanzia di Ceva). Nel 1403 fu annobiliato, nel 1413 divenne definitivamente proprietario del castello di Sant’Alessio e del relativo contado. Fu accusato di tradimento da Filippo Maria Visconti, ma ne ottenne completo risarcimento prima del 1449. Morì nel 1450 (fonti: Stefano Marini,Beccariae gentis imagines, manoscritto del 1598; Giuseppe Robolini, Notizie appartenenti allo studio della sua Patria raccolte da G. R., Pavia 1834).

[6] Girolamo Bossi (1588- 1646), Memorie civili e glorie sacre di Pavia, Bibl. Univ. Pavia, ms. Ticinesi, 179.  

[7] Carlo Perogalli ama ripetere:”fra il documento e il monumento, ha ragione il monumento”.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 23 Marzo 2011 08:39